Nuova pubblicazione sulla PET/RM nel tumore della mammella iniziale: cosa emerge dallo studio

Nuova pubblicazione sulla PET/RM nel tumore della mammella iniziale: cosa emerge dallo studio

Sono felice di condividere una nuova pubblicazione scientifica di cui sono co-autore, dedicata a un tema molto attuale nella diagnostica senologica: il possibile ruolo della PET/RM con [18F]FDG nella gestione del tumore della mammella in fase iniziale. Il lavoro è disponibile come preprint su SSRN con il titolo From Staging to changing Strategy: [18F] FDG PET/MRI’s Impact on Early Breast Cancer Management. Tra i principali autori figurano R. Di MiccoS.P. CoronaP. PanizzaA. Chiti e O.D. Gentilini, insieme a un gruppo multidisciplinare del San Raffaele di Milano, di cui faccio parte come co-autore.  

Perché questo studio è importante

Nelle forme iniziali di tumore della mammella, il percorso diagnostico si basa soprattutto su mammografia ed ecografia, con eventuali approfondimenti selezionati. Le linee guida internazionali, infatti, non raccomandano di routine una stadiazione sistemica estesa in tutte le pazienti con malattia iniziale, perché il rischio di metastasi alla diagnosi è generalmente basso e il rischio di falsi positivi non è trascurabile.  

La PET/RM è una metodica ibrida che combina:

  • la risonanza magnetica, molto accurata nello studio anatomico;
  • la PET con FDG, che aggiunge informazioni sul metabolismo delle lesioni.  

Questa integrazione può offrire una visione più completa della malattia. La domanda clinica, però, è molto concreta: questa metodica cambia davvero le decisioni terapeutiche? Ed è proprio questo il punto affrontato nello studio.  

Come è stato condotto il lavoro

Lo studio deriva da un’analisi di un trial prospettico monocentrico condotto al San Raffaele di Milano tra luglio 2020 e aprile 2024. Sono state incluse 264 pazienti con tumore mammario in fase iniziale, candidate a chirurgia primaria e con linfonodi ascellari clinicamente negativi; considerando anche i casi bilaterali, sono stati analizzati 269 seni. L’età media era di circa 56 anni.  

L’obiettivo principale era capire in quante pazienti la PET/RM abbia portato a una modifica della strategia terapeutica. Un obiettivo secondario era valutarne la capacità di identificare la multifocalità, cioè la presenza di più focolai tumorali nello stesso seno.  

Il dato centrale: la gestione è cambiata in quasi un terzo dei casi

Il risultato più rilevante è che la PET/RM ha portato a una modifica del piano terapeutico nel 30,7% delle pazienti.  

Più precisamente:

  • nel 23,9% dei casi ha modificato il piano chirurgico;
  • nel 4,9% ha orientato verso una terapia sistemica primaria;
  • nell’1,9% ha portato a identificare una malattia metastatica, con conseguente indirizzo a terapia sistemica anziché a chirurgia con intento curativo.  

In altre parole, in una quota non piccola di pazienti la PET/RM ha fornito informazioni aggiuntive capaci di incidere concretamente sulle scelte terapeutiche.  

In che modo è cambiata la chirurgia

Quando la PET/RM ha modificato l’approccio chirurgico, lo ha fatto sia sul versante della mammella sia su quello dell’ascella. In alcuni casi ha portato a passare da una chirurgia conservativa standard a una resezione più ampia; in altri ha orientato verso una mastectomia o verso un approccio bilaterale. Sul piano ascellare, in alcuni casi ha suggerito un trattamento più esteso rispetto a quello inizialmente previsto.  

Le modifiche sono risultate più frequenti in presenza di:

  • malattia multifocale,
  • maggiore coinvolgimento linfonodale,
  • tumori di dimensioni maggiori,
  • istotipo lobulare.  

Questo dato suggerisce che il valore aggiunto della PET/RM possa essere maggiore proprio in sottogruppi clinicamente più complessi.

Il tema della multifocalità

Uno degli aspetti più delicati nella pianificazione chirurgica è capire se il tumore sia davvero unico oppure se siano presenti altri focolai nello stesso seno. Questo può modificare in modo importante il tipo di intervento.  

Nel lavoro, tra le pazienti che all’imaging convenzionale apparivano unifocali, la PET/RM ha riclassificato come multifocali il 18% dei casi. Di queste nuove multifocalità segnalate dalla PET/RM, circa il 72,5% è stato poi confermato all’esame istologico definitivo.  

Per la diagnosi di multifocalità, la PET/RM ha mostrato:

  • sensibilità 61,7%
  • specificità 84,9%
  • valore predittivo positivo 49,1%
  • valore predittivo negativo 90,4%.  

Tradotto in termini pratici: quando la PET/RM non mostra multifocalità, il risultato è piuttosto rassicurante; quando invece la suggerisce, serve prudenza, perché non tutti i sospetti corrispondono realmente a tumore.  

Anche linfonodi e malattia a distanza possono cambiare il quadro

La PET/RM ha avuto un impatto anche nella valutazione dei linfonodi ascellari. Nel lavoro sono riportati 61 pazienti (23,1%) con nuovi reperti linfonodali, inclusi 2 casi controlaterali. Il maggiore burden linfonodale rilevato all’esame è stato una delle ragioni principali del cambiamento di trattamento.  

Inoltre, sono state segnalate 72 nuove lesioni in altre sedi e in 5 pazienti (1,9%) la PET/RM ha portato all’identificazione di una malattia metastatica di stadio IV.  

Dal punto di vista clinico, questo è un elemento molto importante: riconoscere una malattia più estesa già all’inizio del percorso aiuta a evitare trattamenti non appropriati e a scegliere subito la strategia più corretta.

Il punto critico: evitare l’overtreatment

Lo studio non propone una visione acritica della metodica. Uno dei messaggi centrali è infatti la necessità di evitare overtreatment, cioè trattamenti più aggressivi del necessario.  

Tra le pazienti in cui la PET/RM aveva contribuito a modificare la strategia terapeutica, 8 casi su 81 sono poi risultati benigni/non neoplastici all’esame istologico.  

Questo ricorda che anche gli esami più sofisticati possono generare falsi positivi. Per questo ogni reperto nuovo deve essere interpretato con attenzione, integrato con gli altri esami e, quando necessario, confermato con approfondimenti mirati come ecografia di second look o biopsia.  

Cosa ci dice davvero questo lavoro

Il messaggio più corretto non è che la PET/RM debba diventare un esame da eseguire a tutte le pazienti con tumore mammario iniziale. Piuttosto, questo studio suggerisce che possa essere una risorsa preziosa in casi selezionati, soprattutto quando vi sia il sospetto che la malattia sia più complessa di quanto appaia con l’imaging convenzionale.  

In particolare, i risultati fanno pensare a un possibile beneficio maggiore nei casi con:

  • sospetta multifocalità,
  • maggiore burden linfonodale,
  • tumori più grandi,
  • istotipo lobulare.  

Allo stesso tempo, la PET/RM presenta limiti reali: disponibilità non ampia, costi elevati, necessità di protocolli ben standardizzati e possibilità di generare reperti che richiedono ulteriori accertamenti.  

Una nota importante sulla pubblicazione

È corretto precisare che il lavoro è attualmente disponibile come preprint su SSRN, quindi come versione scientifica resa pubblicamente accessibile prima della revisione finale tra pari. È un dettaglio importante per inquadrare correttamente il livello di maturazione editoriale del lavoro, pur senza ridurne l’interesse scientifico.  

Conclusioni

Questo studio mostra che la PET/RM con [18F]FDG può incidere in modo concreto sulla gestione del tumore della mammella in fase iniziale, modificando il piano terapeutico in una quota significativa di pazienti. Può contribuire a riconoscere meglio multifocalità, coinvolgimento linfonodale e, in alcuni casi, malattia a distanza. Ma proprio perché può cambiare decisioni importanti, va usata con selezione, prudenza e conferma dei reperti quando necessario.  

La direzione indicata da questo lavoro è chiara: non sostituire automaticamente i percorsi consolidati, ma capire in quali pazienti questa metodica possa davvero fare la differenza.  

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Goffredo Ferrarese
Goffredo Ferrarese
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