Illustrazione 3D stilizzata del pancreas con calcificazioni parenchimali e dotto di Wirsung dilatato, segni caratteristici di pancreatite cronica all'imaging

Pancreatite cronica: come l’imaging la riconosce e la segue nel tempo

Leggere in un referto le parole «pancreatite cronica» può mettere in allarme, ma è utile sapere che oggi la pancreatite cronica si può studiare bene con l’imaging (la diagnostica per immagini), spesso senza esami invasivi e senza radiazioni. Nella maggior parte dei casi si tratta di una condizione che si gestisce con controlli regolari e una strategia diagnostica ben definita, decisa insieme al proprio medico.

La pancreatite cronica è un’infiammazione persistente del pancreas che, nel tempo, sostituisce il tessuto ghiandolare sano con tessuto cicatriziale (fibrosi). Questo processo cambia la forma della ghiandola e del suo sistema di canali, e proprio queste modifiche sono ciò che il radiologo cerca e misura con gli esami. In questo articolo spiego, in modo chiaro, che cos’è la malattia, quali esami servono, come si legge un referto e ogni quanto conviene controllarsi.

L’obiettivo è che tu arrivi alla visita con le idee più chiare: capire perché la scelta dell’esame giusto conta, quali segni cerchiamo alla tomografia e alla risonanza, e come l’imaging della pancreatite cronica aiuta a distinguere questa condizione da altre e a seguirla nel tempo.

Cos’è la pancreatite cronica

Il pancreas è una ghiandola situata in profondità nell’addome, dietro lo stomaco. Svolge due funzioni: produce enzimi che digeriscono il cibo (funzione esocrina) e ormoni come l’insulina che regolano la glicemia (funzione endocrina). Nella pancreatite cronica un’infiammazione ripetuta o continua danneggia progressivamente la ghiandola.

Con il passare del tempo compaiono alterazioni tipiche:

  • fibrosi (tessuto cicatriziale che sostituisce il parenchima, cioè il tessuto funzionante);
  • calcificazioni (depositi di calcio all’interno della ghiandola e dei suoi canali);
  • alterazioni dei dotti, cioè dei condotti che raccolgono il succo pancreatico, a partire dal dotto di Wirsung (il canale principale);
  • atrofia, ovvero l’assottigliamento del pancreas che diventa più piccolo.

Quando la ghiandola perde tessuto, possono comparire il malassorbimento (cattiva digestione dei grassi per carenza di enzimi) e il diabete. Non a caso, tra le condizioni più frequentemente associate alla pancreatite cronica troviamo il diabete mellito (circa il 26% dei pazienti), l’ipertensione arteriosa (21,5%), i calcoli della colecisti (16,8%) e le alterazioni dei grassi nel sangue (16,7%).

Non è una malattia rarissima. Studi di popolazione recenti stimano un’incidenza attorno a 6,81 nuovi casi per 100.000 persone ogni anno e una prevalenza di circa 45 casi ogni 100.000 persone, con numeri più alti negli uomini e sopra i 65 anni; la letteratura europea riporta valori simili (incidenza 2–14 e prevalenza 40–50 per 100.000). I dati più solidi provengono da casistiche asiatiche e nordamericane, quindi vanno letti come ordini di grandezza e non come cifre italiane precise.

Classificazione: come si “stadia” con l’imaging

Per descrivere in modo uniforme quanto la ghiandola è alterata, il radiologo potrebbe usare sistemi condivisi. Nell’imaging della pancreatite cronica il riferimento storico, in uso da oltre quarant’anni, è la Classificazione di Cambridge, che assegna un grado da 0 a 4 in base ai reperti su tomografia computerizzata (TC) e colangio-pancreatografia con risonanza (MRCP).

La scala di Cambridge (gradi 0–4)

  • Grado 0 (normale): pancreas normale.
  • Grado 1 (equivoco): meno di 3 rami secondari alterati, dotto principale normale.
  • Grado 2 (lieve): almeno 3 rami secondari alterati, dotto principale normale.
  • Grado 3 (moderata): dotto principale alterato più oltre 3 rami secondari anomali.
  • Grado 4 (grave): grado 3 con almeno uno tra grandi cavità (oltre 2 cm), ostruzione del dotto, calcoli all’interno dei dotti, dilatazione severa o irregolarità marcata.

Su questa base, il Consortium for the Study of Chronic Pancreatitis, Diabetes, and Pancreatic Cancer (CPDPC) ha proposto uno standard di refertazione strutturata per TC e risonanza: un elenco di elementi che il referto dovrebbe riportare. Tra questi, alcune soglie di misura pratiche: una dilatazione del dotto principale considerata significativa in TC quando supera 3,5 mm nel capo del pancreas, e valori di riferimento per l’atrofia della ghiandola (circa 21 mm al capo, 14 mm al corpo, 7 mm alla coda). Le calcificazioni pancreatiche sono considerate un segno patognomonico, cioè così tipico da essere quasi una firma della malattia, e la TC è l’esame migliore per vederle.

Per le forme precoci, quando le alterazioni sono minime, entrano in gioco criteri combinati: le linee guida giapponesi richiedono la presenza di segni radiologici (per esempio almeno 3 rami secondari dilatati alla risonanza) insieme ad almeno due criteri clinici (dolore ricorrente, aumento degli enzimi pancreatici, insufficienza della funzione digestiva, consumo elevato di alcol, predisposizione genetica o precedenti episodi di pancreatite acuta). All’ecografia con sonda interna (ecoendoscopia) si usa invece la Classificazione di Rosemont.

Perché è importante distinguere bene

Riconoscere e graduare correttamente la pancreatite cronica non è un esercizio accademico: cambia le decisioni. Un problema centrale è distinguere la fibrosi cronica da una massa tumorale, perché un pancreas cicatriziale può creare aree che somigliano a un tumore, e viceversa. Ecco perché la qualità dell’imaging e la lettura esperta contano così tanto.

C’è poi il tema del rischio oncologico. La pancreatite cronica si associa a un rischio aumentato di adenocarcinoma del pancreas rispetto alla popolazione generale; le stime parlano di un rischio cumulativo nell’arco della vita inferiore al 10%, più elevato nelle forme ereditarie e di lunga durata. È un motivo in più per non trascurare i controlli, senza però trasformare ogni referto in un allarme: la maggior parte dei pazienti non svilupperà un tumore. Del percorso con cui l’imaging studia e stadia un eventuale tumore parlo nell’articolo dedicato al carcinoma del pancreas e diagnostica per immagini.

Distinguere bene serve anche a evitare i due errori opposti: da un lato il sovratrattamento (interventi o esami invasivi non necessari), dall’altro il ritardo diagnostico di una complicanza che invece richiede attenzione, come una raccolta di liquido, un restringimento dei dotti o un’ostruzione.

Esempi clinici e quando sospettarla

Ci sono situazioni in cui il medico pensa alla pancreatite cronica e chiede un esame di imaging mirato. Alcuni scenari tipici:

  • Dolore addominale ricorrente, tipicamente alla bocca dello stomaco e irradiato al dorso, che ritorna nel tempo.
  • Dimagrimento e cattiva digestione, con feci abbondanti e untuose (steatorrea), segno di malassorbimento dei grassi.
  • Diabete di nuova insorgenza in una persona con storia di episodi pancreatici o consumo importante di alcol.
  • Episodi ripetuti di pancreatite acuta, che possono evolvere verso la forma cronica. Il ruolo della TC nella fase acuta lo approfondisco nell’articolo su pancreatite acuta e TC.

Nel referto potresti trovare frasi come «dotto di Wirsung dilatato e irregolare con calcificazioni parenchimali», oppure «atrofia ghiandolare con reperti compatibili con pancreatite cronica, grado Cambridge 3». Sono descrizioni morfologiche: raccontano la forma della ghiandola e dei suoi canali, e vanno sempre lette insieme ai sintomi e agli esami del sangue dal medico curante.

Come funziona in pratica: percorso diagnostico e follow-up

Qui arriviamo alla parte più utile. Nella pancreatite cronica non esiste un unico esame che risponde a tutto: le diverse modalità di imaging sono spesso complementari. Vediamo che cosa offre ciascuna.

1) Da dove si parte

Le linee guida europee HaPanEU raccomandano di iniziare, in caso di sospetto, con l’imaging cross-sezionale — cioè TC o risonanza magnetica — per la buona disponibilità e la natura non invasiva, riservando l’ecoendoscopia ai casi in cui TC e risonanza restino dubbi. Puoi leggere le raccomandazioni complete nelle linee guida United European Gastroenterology sulla pancreatite cronica.

Anche i criteri di appropriatezza dell’American College of Radiology (ACR) indicano come «di solito appropriate» due strade per il sospetto di pancreatite cronica: la risonanza magnetica dell’addome con MRCP (senza radiazioni) e la TC dell’addome con mezzo di contrasto. Puoi consultarli nella pagina degli ACR Appropriateness Criteria sulla pancreatite cronica. L’ecografia trans-addominale, invece, è considerata «di solito non appropriata» come primo esame per la diagnosi, perché ha una sensibilità inferiore.

2) Che cosa vede ciascun esame

  • TC con mezzo di contrasto: è imbattibile per le calcificazioni e utile per valutare dotti dilatati, atrofia e complicanze. È anche l’esame di prima scelta quando si sospetta una riacutizzazione (pancreatite acuta su cronica), per rapidità e completezza.
  • Risonanza magnetica con MRCP (Magnetic Resonance Cholangiopancreatography, la colangio-pancreatografia con risonanza): studia i dotti in dettaglio senza radiazioni e coglie le alterazioni precoci del tessuto. Un dato interessante: la riduzione del segnale del parenchima nelle sequenze T1 può precedere le anomalie dei dotti, aiutando a diagnosticare le forme iniziali. Della colangio-RM parlo in modo approfondito nell’articolo su colangio-RM (MRCP) di vie biliari e pancreas.
  • Ecoendoscopia (EUS): un’ecografia eseguita con una sonda montata su endoscopio, molto sensibile per le alterazioni fini del tessuto; si usa quando gli altri esami non bastano.

3) Quanto sono accurati

Una grande meta-analisi su 43 studi e oltre 3.400 pazienti ha confrontato le modalità: l’ecoendoscopia ha mostrato la sensibilità più alta (81%), seguita da risonanza/MRCP (78%) e TC (75%); l’ecografia trans-addominale la più bassa (67%). Sul fronte della specificità, la risonanza/MRCP è tra le più elevate (96%). Una rete di confronto Bayesiana aggiornata al 2024 conferma il quadro: l’ecoendoscopia risulta la modalità più sensibile, la risonanza la più specifica. In pratica, i due esami si completano più che escludersi.

4) Ogni quanto controllarsi

Non esiste un intervallo unico valido per tutti: la cadenza del follow-up dipende dalla gravità, dai sintomi e dai fattori di rischio individuali. In generale il controllo con imaging è raccomandato nel tempo, con particolare attenzione quando compaiono nuove anomalie focali dei dotti, calo di peso o ittere (colorito giallo di pelle e occhi), perché sono segnali che meritano un approfondimento. La frequenza va concordata con il proprio medico Specialista curante e con il Radiologo.

Benefici e limiti della strategia diagnostica

I benefici di un approccio ben impostato sono concreti: la risonanza con MRCP offre un quadro dettagliato senza radiazioni; la TC risolve rapidamente i dubbi sulle calcificazioni e sulle riacutizzazioni; l’ecoendoscopia aggiunge sensibilità nei casi difficili. Insieme, permettono di graduare la malattia e di sorvegliarla nel tempo.

Ci sono però dei limiti da conoscere. Nelle forme molto precoci i segni possono essere sfumati e sfuggire a tutti gli esami: per questo la diagnosi combina imaging e criteri clinici. La TC comporta radiazioni e mezzo di contrasto. L’ecoendoscopia è operatore-dipendente e semi-invasiva. La secretin-MRCP (una risonanza con stimolo farmacologico che migliora la visione dei dotti) è promettente ma poco diffusa in Italia e con sensibilità solo modesta. Infine, distinguere la fibrosi da un tumore può richiedere più esami e un confronto multidisciplinare.

Il ruolo del radiologo

Nel percorso della pancreatite cronica il radiologo, insieme a gastroenterologo e chirurgo, aiuta a scegliere l’esame giusto al momento giusto. Il mio compito non è solo «fare l’immagine»: è impostare la strategia più adatta al singolo paziente — quando basta la risonanza con MRCP, quando serve la TC, quando indirizzare all’ecoendoscopia — e poi refertare in modo strutturato.

Refertare in modo strutturato significa descrivere sistematicamente il dotto principale e i rami, le calcificazioni, l’atrofia, le eventuali raccolte e i segni di complicanza, e assegnare un grado (per esempio secondo Cambridge) che renda i referti confrontabili nel tempo. È proprio la comparazione con gli esami precedenti a dare valore al follow-up: cambiamenti anche piccoli, letti nella giusta sequenza, orientano le decisioni cliniche. In questo, l’imaging della pancreatite cronica è uno strumento di squadra, al servizio del team che segue il paziente.

Mini-glossario: parole da referto

  • Parenchima: il tessuto “funzionante” del pancreas, quello che produce enzimi e ormoni.
  • Fibrosi: tessuto cicatriziale che sostituisce il parenchima danneggiato.
  • Dotto di Wirsung: il canale principale che porta il succo pancreatico all’intestino.
  • Atrofia: riduzione di volume della ghiandola, che diventa più sottile.
  • Calcificazioni: depositi di calcio, segno molto tipico visibile soprattutto in TC.
  • MRCP: colangio-pancreatografia con risonanza, la tecnica che studia i dotti senza radiazioni.
  • Cambridge: scala da 0 a 4 che descrive quanto la ghiandola e i dotti sono alterati.

FAQ – Domande frequenti

La pancreatite cronica si vede con una semplice ecografia dell’addome?

L’ecografia trans-addominale può dare indizi, ma ha una sensibilità inferiore e non è considerata l’esame di prima scelta per la diagnosi. Di solito servono TC o risonanza con MRCP; l’ecoendoscopia si riserva ai casi dubbi.

Meglio la TC o la risonanza per la pancreatite cronica?

Dipende da cosa si cerca. La TC è ottima per le calcificazioni e per le riacutizzazioni; la risonanza con MRCP studia meglio i dotti e le forme precoci, senza radiazioni. Spesso i due esami sono complementari.

Devo fare i controlli anche se sto bene?

La cadenza va decisa con lo specialista curante in base a gravità e fattori di rischio. Il follow-up con imaging è comunque utile, soprattutto se compaiono nuovi sintomi come calo di peso, dolore diverso dal solito o ittero.

La pancreatite cronica diventa sempre un tumore?

No. Esiste un rischio aumentato rispetto alla popolazione generale (stimato sotto il 10% nell’arco della vita, più alto nelle forme ereditarie), ma la maggior parte dei pazienti non sviluppa un tumore. È un motivo per fare i controlli con regolarità, non per allarmarsi.

Che cos’è il “grado Cambridge” che leggo nel referto?

È un modo standard per descrivere quanto la ghiandola e i suoi canali sono alterati, da 0 (normale) a 4 (grave). Serve a rendere i referti confrontabili nel tempo.

Conclusioni

La pancreatite cronica è una condizione seria ma gestibile, e oggi l’imaging offre strumenti precisi per riconoscerla, graduarla e seguirla. Il messaggio da portare a casa è semplice: l’esame giusto, al momento giusto, letto con un referto strutturato e confrontato nel tempo, fa la differenza. La risonanza con MRCP e la TC restano i pilastri, con l’ecoendoscopia come alleata nei casi difficili.

Se nel tuo referto compaiono le parole «pancreatite cronica», non interpretarlo da solo: parlane con il tuo medico che potrà personalizzare il percorso. Conserva i referti e le immagini precedenti: sono preziosi per il confronto. Se desideri pianificare un controllo, puoi farlo nella sezione Sedi e Prenotazioni del sito: prenota il tuo controllo radiologico.

Contenuto a scopo informativo, non sostituisce la valutazione medica individuale. Articolo a cura del Dott. Goffredo Ferrarese, medico radiologo.

Riferimenti essenziali

  1. Gupta A et al. (ACR Expert Panel). ACR Appropriateness Criteria® Chronic Pancreatitis. Journal of the American College of Radiology / ACR Appropriateness Criteria, 2025.
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Goffredo Ferrarese
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